Dalla ferita della retrocessione alla ricostruzione, passando per la scelta di Luca Vitali, il nuovo spogliatoio e il legame con Sassari. Stefano Sardara, presidente della Dinamo Banco di Sardegna, si racconta in un’intervista esclusiva a Il Sassarese Medio alla vigilia dell’inizio della stagione 2026/27 di Serie A2. E lo fa senza evitare i temi più delicati dell’ultima annata.

Il punto di partenza non può che essere il presente. Dopo un precampionato condizionato da assenze e problemi fisici, la nuova Dinamo si prepara al ritorno in Serie A2, categoria che il club sassarese non disputava da sedici anni. Il debutto è in programma domenica 27 settembre sul campo dell’Urania Milano.

Sardara guarda però oltre la prima partita e sceglie subito una metafora che descrive il percorso che attende la squadra.

«Questa è una maratona. Dobbiamo arrivare pronti alla fine, non tanto partire a razzo».

Un concetto che, curiosamente, coincide con quello espresso nelle scorse settimane dallo stesso Luca Vitali parlando del lungo campionato di A2.

Sardara e la retrocessione: «È stata la conseguenza, non la ragione»

La retrocessione resta inevitabilmente al centro del discorso. La Dinamo ha salutato la Serie A al termine della stagione 2025/26, dopo sedici campionati consecutivi nella massima categoria. La condanna matematica è arrivata il 3 maggio al PalaSerradimigni, con la sconfitta per 73-80 contro la Virtus Bologna.

Per Sardara, però, limitarsi al risultato sportivo significherebbe fermarsi alla superficie.

«La retrocessione è stata la conseguenza di quello che non c’era dentro.», spiega il presidente.

Il giudizio sull’ultima parte della stagione è durissimo. Sardara parla di un gruppo che, a suo avviso, aveva progressivamente perso motivazioni, appartenenza e disponibilità al sacrificio.

«Avevamo persone che erano venute qua per i soldi. Gente che voleva tornare negli Stati Uniti, che magari temeva addirittura di fare i playoff perché avrebbe significato allungare la propria permanenza a Sassari. Un ambiente malato che si è aggravato nella fase finale della stagione».

Sono parole che si inseriscono in una lettura già proposta pubblicamente dal presidente dopo la retrocessione. Nel maggio scorso Sardara aveva riconosciuto gli errori nella costruzione della squadra e assunto su di sé le responsabilità societarie, sottolineando allo stesso tempo la delusione per la risposta caratteriale del gruppo.

Nell’intervista, però, il presidente va oltre. La caduta in A2 diventa il punto da cui far partire una vera e propria rifondazione culturale della Dinamo.

«Qui deve esserci solo chi considera la Dinamo una grande opportunità»

Il concetto torna più volte: per ricostruire non basta cambiare i giocatori. Bisogna ricostruire l’ambiente.

«Non mi accontento più. Si ritorna a quello che eravamo. Qua ci sta soltanto gente, a ogni livello, dalla comunicazione alla biglietteria, dal custode al giocatore e all’allenatore, che sia qui perché vede una grande opportunità ed è legata al territorio e alla filosofia della Dinamo».

Sardara descrive quella dell’estate 2026 come una selezione prima umana e poi tecnica.

«Possono essere anche i migliori giocatori del mondo: se non hanno quelle caratteristiche, non ci interessano».

È uno dei passaggi centrali dell’intervista. La nuova Dinamo Sassari viene costruita attorno a un principio di appartenenza che il presidente considera imprescindibile e che spiega anche alcune scelte di mercato.

Jeff Brooks, protagonista dello storico Triplete del 2015, è tornato a Sassari undici anni dopo ed è stato nominato capitano. Michele Vitali, già in biancoblù nella stagione 2019/20, è il vicecapitano. Due ritorni che il club ha presentato esplicitamente come elementi di esperienza, leadership e identità.

Una direzione già emersa durante la presentazione del nuovo corso, quando la società aveva indicato tra le priorità della stagione proprio la necessità di riavvicinare la Dinamo ai tifosi e al territorio.

Sardara: «Forse la retrocessione era un male necessario»

Da qui nasce una delle considerazioni più nette del presidente.

«Avrei preferito evitarlo, ma forse era un male necessario.»

Un passaggio che Sardara collega alla storia recente del club. Per anni la Dinamo ha alzato progressivamente l’asticella delle aspettative, fino a trasformare risultati che un tempo sarebbero stati considerati eccezionali in qualcosa di quasi ordinario.

I numeri spiegano perché. La bacheca ufficiale della società conta sei trofei: due Coppe Italia, due Supercoppe italiane, uno Scudetto e una FIBA Europe Cup.

«Probabilmente, in maniera involontaria, tutti noi ci siamo un po’ montati la testa. Quando fai una stagione e arrivi alla soglia dei playoff non va bene, iniziano le critiche, si avvelenano gli ambienti».

La retrocessione, nella lettura di Sardara, può quindi diventare anche uno strumento per riallineare aspettative, identità e senso di appartenenza.

«Dobbiamo essere consapevoli di chi siamo e di dove vogliamo andare».

Luca Vitali, la scommessa di Sardara: «Non ho bisogno di vedere come starà in campo»

Una parte importante della nuova fase passa inevitabilmente da Luca Vitali, scelto dalla società per guidare la squadra nella sua prima esperienza da capo allenatore.

L’ex playmaker, 149 presenze con la Nazionale italiana, ha chiuso la carriera da giocatore nel 2024 e nella scorsa stagione ha lavorato come assistente alla Vanoli Cremona. Quella con la Dinamo è ufficialmente la sua prima panchina da head coach.

Per Sardara, tuttavia, l’assenza di esperienza da capo allenatore non rappresenta un ostacolo determinante.

«Sono le stesse caratteristiche che avevo visto in Peppe Poeta. Ci sono giocatori che sviluppano e maturano competenze professionali differenti che, sommate alla conoscenza della pallacanestro, rendono tutto molto più semplice».

Il presidente racconta di osservare Vitali durante gli allenamenti e di riconoscergli una naturalezza che deriva direttamente dalla lunga carriera sul parquet.

«Non ho bisogno di vedere come Vitali starà in campo. Ha una postura in campo perfetta. Perché? Perché ci è cresciuto e ci è vissuto».

Ma l'aspetto che Sardara ritiene decisivo è soprattutto un altro.

«La gestione dei giocatori vale più del 60% del lavoro»

Per il presidente della Dinamo, l’allenatore moderno non può essere valutato soltanto in base alla tattica.

«La parte di motivazione e gestione dei giocatori oggi vale più del 60%, per me, nel lavoro di un capo allenatore».

Sardara cita anche Gianmarco Pozzecco, sottolineando una caratteristica che ritiene comune al tecnico dell’epoca della FIBA Europe Cup e a Luca Vitali: la capacità di leggere le persone.

«Saper leggere la faccia dei giocatori, capire qual è il momento di dargli fiducia e quale quello di concedergli un momento di riposo. Il grosso del lavoro lo fai quando sei in grado di motivare e andare incontro ai giocatori».

Il ragionamento esce dai confini del parquet.

«La gestione delle risorse umane è la chiave di ogni azienda, che si parli di finanza, commercio, basket, calcio o sport in generale. Se sai gestire le risorse umane hai già fatto almeno il 60% del tuo lavoro».

È probabilmente qui che si trova la chiave della scelta di Vitali. Non soltanto un ex playmaker chiamato a disegnare schemi, ma una figura sulla quale la società punta per ricostruire uno spogliatoio.

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Il pubblico deve riconoscersi nella squadra

La ricostruzione del rapporto con il PalaSerradimigni è un altro dei temi centrali.

Per Sardara l’entusiasmo dei tifosi non può essere generato soltanto da una campagna di comunicazione o dai risultati. Deve partire dai giocatori.

«Se hai una squadra non empatica, che fa vedere di essere lì soltanto per timbrare il cartellino, è ovvio che non coinvolgi nessuno».

Al contrario, il pubblico riconosce immediatamente una squadra disposta a sacrificarsi.

«Quando hai una squadra che si butta a raccogliere un pallone anche se è sopra di trenta, fai vedere che hai cuore. E la gente riconosce il cuore».

Da qui il tentativo di riportare il club più vicino alla città, già visibile durante l’estate con allenamenti aperti, preparazione svolta a Sassari e diverse amichevoli organizzate in Sardegna.

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Il peso dell’assenza nell’ultima stagione

Sardara affronta anche un aspetto personale. Durante una parte significativa della passata stagione il presidente è rimasto negli Stati Uniti per motivi di lavoro.

Nell’intervista ammette che una presenza più costante avrebbe probabilmente permesso di individuare prima alcuni problemi.

«Mi sono perso dei pezzi. Non perché sono io, ma perché ci deve essere sempre un responsabile che sta lì, vigila e controlla».

E aggiunge:

«Questa cosa probabilmente avrebbe fatto sì che alcune persone andassero via già nel corso della stagione».

Una considerazione che accompagna l’assunzione di responsabilità già manifestata pubblicamente dopo la discesa in A2.

Dal Triplete alla FIBA Europe Cup: «Due vittorie completamente diverse»

L’intervista si sposta poi sui momenti più importanti della presidenza Sardara.

Il riferimento inevitabile è al Triplete del 2014/15, quando la squadra di Meo Sacchetti conquistò Supercoppa, Coppa Italia e il primo Scudetto della storia della Dinamo.

Ma Sardara mette sullo stesso piano anche il ciclo costruito con Gianmarco Pozzecco.

Nel maggio 2019 Sassari vinse la FIBA Europe Cup, primo titolo internazionale della storia del club, battendo Würzburg nella doppia finale. Poche settimane più tardi arrivò fino a gara 7 della finale Scudetto contro Venezia. A settembre dello stesso anno la Dinamo conquistò anche la Supercoppa Italiana.

«Per me rivincere successivamente con una squadra diversa e un altro allenatore è stata la conferma che il modello funzionava. Metto a pari merito le vittorie avute con Sacchetti e quelle avute con Pozzecco».

La differenza, nella sua memoria, sta soprattutto nelle caratteristiche delle due squadre.

La formazione del Triplete aveva un livello di talento individuale straordinario. Quella di Pozzecco, secondo Sardara, riuscì invece a colmare parte della distanza dalle avversarie con una componente collettiva ancora più accentuata.

«Non avevamo il talento che avevamo con il Triplete. Era molto più complicato competere, però quella distanza è stata compensata dallo spirito di squadra».

Ed è proprio quello spirito che, oggi, il presidente vorrebbe rivedere.

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Sardara e Sassari: dalla cordula ai Candelieri

Nell'intervista c'è spazio anche per una dimensione più personale.

Alla domanda sul piatto sassarese al quale non rinuncerebbe, la risposta arriva immediata: la cordula con i piselli preparata dalla madre.

Il legame con la città passa anche attraverso la Faradda. Sardara ricorda il rapporto con il Gremio dei Sarti, che gli ha permesso di conoscere da vicino la tradizione dei Candelieri, dalla vestizione alla discesa.

«Ho anche portato il candeliere in un'occasione. Sembra che lo faccio ballare, ma in realtà sono gli altri che lo tengono vista la mia prestanza fisica [ride]. No, però, a parte gli scherzi, il movimento c'è!».

E quando deve scegliere tre luoghi da mostrare a chi arriva per la prima volta nel territorio sassarese, indica Platamona, Piazza d’Italia e il PalaSerradimigni.

Una Dinamo che vuole ripartire prima dalle persone e poi dai risultati

Alla vigilia della prima vera stagione della nuova era, l’obiettivo sportivo resta inevitabilmente importante. La Serie A2 è un campionato lungo, competitivo e difficile da lasciare rapidamente.

Ma dall’intervista a Stefano Sardara emerge soprattutto un’altra priorità.

Prima ancora di tornare in Serie A, la Dinamo vuole tornare a riconoscersi.

In uno spogliatoio che abbia voglia di stare a Sassari. In giocatori che considerino il club un’opportunità e non una semplice tappa professionale. In un allenatore scelto anche per la capacità di comprendere le persone. In un pubblico che possa tornare a identificarsi con ciò che vede sul parquet.

La retrocessione, sostiene Sardara, forse era un «male necessario». La risposta definitiva arriverà soltanto dal campo.

La direzione scelta dalla società, invece, è già chiara: ripartire dalle fondamenta che avevano trasformato una realtà periferica del basket italiano in una delle protagoniste dell’ultimo quindicennio.