Cosa è successo nello stabilimento San Martino

Una vasta contaminazione del suolo e del sottosuolo è stata individuata nell’area dello storico stabilimento dell’acqua minerale San Martino, a Codrongianos.

Gli accertamenti condotti dal Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri di Sassari, insieme al consulente tecnico della Procura, hanno portato alla luce rifiuti plastici e vetrosi interrati, materiali bruciati, ceneri e fanghi derivanti dal processo di lavorazione dell’acqua.

Il quadro descritto negli atti del Noe è quello di un «grave e diffuso inquinamento del suolo e del sottosuolo».

La Procura di Sassari ha aperto un’inchiesta per disastro ambientale per ricostruire quanto accaduto e individuare eventuali responsabilità. Due ex amministratori della società sono stati iscritti nel registro degli indagati.

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Cosa è stato trovato sotto il terreno

Gli elementi più preoccupanti riguardano le concentrazioni di alcune sostanze rilevate nei campioni di terreno.

Secondo gli accertamenti riportati da La Nuova Sardegna, nell’area del deferrizzatore l’arsenico è arrivato a 11.243 milligrammi per chilogrammo, rispetto a una soglia di contaminazione indicata negli atti di 20 mg/kg: un valore circa 560 volte superiore.

Sono state rilevate concentrazioni elevate anche di altri elementi:

  • Cadmio: fino a 64,79 mg/kg, rispetto a una soglia indicata di 2.
  • Berillio: 27,63 mg/kg, contro una soglia di 2.
  • Vanadio: 119,77 mg/kg, rispetto a 90.
  • Diossine e furani: fino a 144 nanogrammi I-TEQ/kg, rispetto a una soglia di 10.

È importante precisare che questi numeri riguardano campioni di terreno, non l’acqua minerale.

Quanto è estesa la contaminazione

Gli accertamenti non riguardano un unico punto dello stabilimento.

Nel magazzino di produzione sarebbe stata individuata una superficie di circa 500 metri quadrati nella quale terreno e rifiuti risultano mescolati fino a una profondità di un metro e mezzo. Il volume stimato del materiale interessato sarebbe compreso tra 500 e 750 metri cubi.

Nella zona della pineta, invece, i materiali interrati raggiungerebbero una profondità di circa un metro su un’area compresa tra 300 e 400 metri quadrati.

Altri rifiuti e residui di combustione sarebbero stati individuati anche nell’area del magazzino di stoccaggio.

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Da quanto tempo sarebbe andato avanti?

Secondo la ricostruzione del Noe e del consulente della Procura, le condotte oggetto dell’indagine si sarebbero protratte dall’agosto 1994 fino all’aprile 2025, quando la società è entrata in liquidazione giudiziale.

Le contestazioni riguarderebbero l’abbandono, l’interramento e la combustione di rifiuti plastici e vetrosi e lo scarico sul terreno dei fanghi prodotti durante il processo di deferrizzazione dell’acqua.

È su questa ricostruzione che ora dovrà lavorare l’autorità giudiziaria. Il procedimento è ancora nella fase delle indagini e le eventuali responsabilità personali dovranno essere stabilite nelle sedi competenti.

La domanda principale: l’acqua San Martino era contaminata?

È probabilmente il punto che interessa maggiormente chi per anni ha bevuto San Martino.

Al momento non esiste, nelle informazioni pubblicamente disponibili sull’inchiesta, un dato che dimostri che l’acqua minerale imbottigliata fosse contaminata dalle sostanze rinvenute nel terreno.

Gli accertamenti resi noti riguardano infatti suolo e sottosuolo. Il documento del Noe citato dalla stampa non riporta valori anomali relativi all’acqua imbottigliata e non documenta una contaminazione delle sorgenti o dei pozzi di captazione.

Questa distinzione è fondamentale.

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Dire che nel terreno dello stabilimento sono stati trovati arsenico, cadmio e diossine non significa automaticamente che quelle sostanze siano finite nell’acqua venduta ai consumatori.

Quindi possiamo escludere problemi alle sorgenti?

Non ancora in maniera definitiva.

Per capire se la contaminazione del terreno abbia interessato anche le acque sotterranee servirà una ricostruzione idrogeologica del sito: bisognerà stabilire profondità e direzione delle falde, caratteristiche delle rocce e soprattutto se esista una connessione tra le aree contaminate e l’acquifero che alimentava le sorgenti.

Secondo quanto ricostruito da La Nuova Sardegna, le sorgenti si trovano a distanza dalle zone nelle quali sono stati rilevati i principali inquinanti e l’acqua era sottoposta periodicamente a controlli. Ma per ottenere una risposta completa sarà necessario confrontare i risultati di quelle analisi con i nuovi accertamenti ambientali.

La Regione aveva autorizzato formalmente l’imbottigliamento e la commercializzazione dell’acqua San Martino proveniente dalle sorgenti denominate B e D, mentre la concessione mineraria era stata successivamente prorogata fino al dicembre 2025.

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C’è un pericolo attuale per l’acqua potabile di Codrongianos?

Nelle fonti ufficiali e giornalistiche consultate al 21 settembre non risulta dichiarata un’emergenza relativa all’acqua potabile distribuita agli abitanti di Codrongianos.

L’inchiesta riguarda lo stabilimento e i suoi terreni. Non va quindi confusa automaticamente con la rete dell’acqua potabile del paese.

Allo stesso modo, al momento non risultano provvedimenti sanitari che affermino che chi ha consumato in passato acqua San Martino sia stato esposto agli inquinanti individuati nel terreno.

Sono questioni differenti e dovranno essere trattate sulla base delle analisi, non per associazione.

Perché i fanghi di deferrizzazione sono importanti nell’inchiesta

Uno degli aspetti centrali riguarda i fanghi generati dalla deferrizzazione, il processo utilizzato per ridurre la presenza di ferro nell’acqua.

Secondo gli investigatori, parte di questi fanghi sarebbe stata scaricata direttamente sul terreno.

Ed è proprio nell’area del deferrizzatore che sarebbe stata misurata la concentrazione più elevata di arsenico, superiore di centinaia di volte alla soglia riportata negli accertamenti.

Sarà l’indagine a dover ricostruire con precisione origine, modalità di gestione e destinazione di questi residui nel corso degli anni.

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Cosa succede ora: caratterizzazione e bonifica

Il problema non termina con l’inchiesta penale.

Il sito dovrà essere affrontato anche sul piano ambientale e amministrativo.

La normativa italiana sui siti contaminati prevede procedure di caratterizzazione, analisi del rischio ed eventuale messa in sicurezza e bonifica. Il principio di riferimento è quello del “chi inquina paga”: gli interventi devono essere posti a carico dei responsabili individuati, mentre sono previste procedure pubbliche sostitutive quando i soggetti obbligati non intervengono.

Secondo le informazioni raccolte da La Nuova Sardegna, il Comune di Codrongianos sta valutando gli atti necessari per imporre la messa in sicurezza e affrontare la successiva bonifica.

Prima di parlare di tempi e costi, però, sarà necessario conoscere l’estensione reale della contaminazione, compresa l’eventuale presenza di sostanze inquinanti nelle acque sotterranee.

Che cosa cambia per il futuro della San Martino

Lo stabilimento aveva già cessato l’attività nell’aprile 2025, dopo l’apertura della liquidazione giudiziale della società.

Negli ultimi mesi Regione e Città Metropolitana stavano lavorando per preservare l’impianto, tutelare gli ex dipendenti e mantenere aperta la possibilità di una futura ripartenza. A luglio 2026 era stato anche prorogato il progetto di politiche attive destinato agli ex lavoratori.

L’inchiesta cambia inevitabilmente lo scenario.

La Città Metropolitana di Sassari, che ha ereditato dalla Provincia la proprietà dello stabilimento e di parte dei terreni, ha già riconosciuto che le necessarie verifiche ambientali e le eventuali bonifiche rendono molto più complesso qualsiasi progetto di riavvio della produzione.

Cosa sappiamo e cosa ancora non sappiamo

A questo punto è utile separare chiaramente i fatti accertati dalle domande ancora aperte.

Sappiamo che nei terreni dello stabilimento sono state individuate importanti contaminazioni da arsenico e altre sostanze, oltre a rifiuti e fanghi interrati. Sappiamo che la Procura sta indagando e che due persone risultano indagate. Sappiamo inoltre che saranno necessari interventi ambientali sul sito.

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Non sappiamo ancora, invece, se la contaminazione abbia interessato le falde collegate alle sorgenti, quale sia l’intera estensione del problema, quanto costerà la bonifica e quali saranno le responsabilità definitive.

Soprattutto, allo stato attuale non ci sono elementi pubblici per affermare che l’acqua San Martino venduta e consumata negli anni contenesse i contaminanti trovati nel terreno.

Ed è proprio su questo punto che l’inchiesta dovrà ora fornire le risposte più importanti: capire non soltanto cosa è stato sepolto sotto lo stabilimento, ma quanto lontano sia arrivata la contaminazione e quali conseguenze ambientali abbia realmente prodotto.